Il tricolore abusivo. Le Olimpiadi di Rio e l’orgoglio mancato

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In Italia abbiamo sempre avuto un rapporto abusivo con il nostro vessillo nazionale, a cominciare dalla vendita!
Ciò che a ogni altra latitudine è simbolo di fiero patriottismo, da noi è quasi sempre un segno di cui non andar fieri.

Il tricolore, che quest’anno festeggia il 219mo compleanno, trova la sua paradossale legittimazione popolare solo in occasione dei Mondiali o degli Europei di calcio.
Per il resto, fatta eccezione per le sedi istituzionali, non mi pare che ci siano tanti italiani che in occasione del 4 novembre o del 2 giugno, ricorrenze in cui l’amor di patria dovrebbe farci sentire cittadini di una sola nazione da Pordenone a Canicattì, facciano sventolare dai balconi e finestre il verde, il bianco e il rosso della nostra bandiera.

Neppure in questi giorni in cui i nostri atleti provano a tener alto l’onore del Belpaese gareggiando ai XXXI Giochi Olimpici di Rio, l’italiano cede e si concede all’orgoglio di appartenenza: ci riscopriamo tali solo un metro dopo aver passato il confine di Ventimiglia, mentre fino a qualche centimetro prima viviamo con distacco, indifferenza e passività la nostra identità nazionale.

Siamo orgogliosamente interisti o romanisti, genovesi o baresi, terroni o polentoni, comunisti o democristiani,  berlusconiani o renziani, guelfi o ghibellini, innocentisti o colpevolisti, ma stentiamo a essere fino in fondo fieramente Italiani.
A meno che, l’undici azzurro non sollevi al cielo la già maledetta Coppa Rimet.

Il giuoco del calcio è, al tempo stesso, l’unico autentico collante e dissipatore della nostra identità.
Solo il calcio ci unisce e solo il calcio alimenta la diaspora dell’orgoglio nazionale.

Abbiamo un così scarsa considerazione della nostra bandiera – il primo simbolo della nostra appartenenza – che tolleriamo che la bandiera venga venduta abusivamente lungo le strade o al quadrivio del semaforo, al pari delle bionde di contrabbando, dei dvd “pezzottati”,  del carciofo arrostito o della fetta di anguria!

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