Scusa, basta la parola!

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L’efficacia della comunicazione, in taluni casi, inizia e finisce in una sola locuzione, così nel caso dell’ex ministro Elisabetta Trenta e della casa che aveva avuto assegnata, da capo della Difesa, con un fitto mensile di soli 141 euro quando, e prima di lei una lunga scia di politici “all’italiana”, era sufficiente avvicinarsi a un microfono e dire: “scusatemi!”.
L’attacco mediatico sarebbe durato un minuto, la sua credibilità non avrebbe subìto scossoni, la reputazione sarebbe rimasta immacolata e molti avrebbero sbandierato il buon esempio, imbracciato il fucile dell’onestà e della differenza genetica tra il M5S e il resto del mondo politico.
Basta una parola, pari pari alla celeberrima chiusura del carosello televisivo che negli ’60 fece conoscere agli italiani la pillola lassativa della Falqui1.
La distanza tra un politico italiano e la possibilità che questi chieda scusa rimane ancora palesemente incolmabile, una lontananza siderale che resterà tale a causa di un bias cognitivo che induce a pensare che nel chiedere pubblicamente “scusa” si nasconda, non tanto ammettere lo sbaglio e l’errore compiuti, ma una inagibilità posteriore a ricoprire determinati ruoli. Quindi, meglio negare, anche l’evidenza più spudorata piuttosto che “confessare” una fallibilità, solo che la prima produce, a dispetto di quanto pensino i politici e i loro spin doctor, molti più danni (mediatici, d’immagine, reputazionali e di sistema) della seconda.
Il paradosso poi, considerato che viviamo e sguazziamo nell’era della politica disintermediata e della volatilità del consenso, è che un’ammissione di colpa consacra l’effettiva orizzontalità del rapporto cittadino – eletto, diventa un mèta strumento di dialogo quotidiano e accresce la dimensione dell’accountability.
Forse, proprio perché a differenza di (ex)ministri e parlamentari, un sindaco ha un rapporto quotidiano con i propri concittadini, Claudio Corradino, sindaco di Biella, dopo qualche ora dal lancio della notizia sulla mancata cittadinanza a Liliana Segre, ha rilasciato un’intervista: “Sono stato un cretino, lo ammetto, e chiedo scusa alla Segre e a Greggio. La signora Segre – continua Corradino – non ha bisogno che arrivi il sindaco di Biella a darle la cittadinanza”.

Parole chiare, dirette, efficaci che hanno fermato sul nascere il cannibalismo mediatico che già si era messo in moto.
Chiedere scusa non fa male, anzi. Per quanto paradossale possa apparire, offre al politico la possibilità di essere più vicino al comune sentire, di essere percepito in modo più umano. Una semplice ammissione di colpa, dunque, accorcia la distanza tra elettori ed eletto: empatizza, perché rende più umano chi la pronuncia.
In fondo, chiunque è disposto benevolmente a concedere una nuova opportunità a chi non nasconde la propria fragilità e dimostra di avere il coraggio dell’onestà.

[1] “Basta la parola” fu inventato da Marcello Marchesi, anche per sopperire al divieto di utilizzare all’epoca in pubblicità la parola “lassativo” ed ottenne subito un grande successo (www.falqui.it/informablog/leggi.php)

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