#Regionaliflash. Ogni mondo non è paese

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1) Niente pokerissimo per Salvini. Bonaccini vince, il Pd torna primo partito, il Governo non cade. Il Segretario della Lega si prende il merito di aver portato la gente a votare. Salvini ha, certamente, polarizzato la campagna elettorale finendo per essere stato, sicuramente un aggregatore per l’elettorato della sua parte ma anche, in senso contrario, per quella a lui avversa.

La strategia del Papeete prevedeva una vittoria-scalpo in Emilia Romagna. La cannibalizzazione a cui puntava l’ex Ministro dell’Interno passava necessariamente per una roboante vittoria fuori casa, con l’espugnazione trionfante del fortino rosso d’Italia.Ad agosto, con il punto in mano, il Capitano aveva passato la mano. Non gli bastava, cercava un punto più alto. Voleva tutto.

Niente scalpo rosso, dunque, nessun primato in Calabria, dove pure il Centrodestra ha stravinto, ma dove la Lega ha dovuto cedere a Forza Italia i galloni di primo partito all’interno della coalizione.

Questi risultati imporranno, inevitabilmente, un ridimensionamento del personaggio Salvini anche nell’immaginario collettivo. Tenterà di limitare i danni sfruttando mediatamente il martirio del processo sulla questione della “Gregoretti”.

2) Chi è il vero leader oggi? Quello che insegue i propri elettori – il leader follower – o quello che indica la strada – il leader followed? L’Emilia Romagna dimostra che non sempre inseguire le spinte e gli istinti dell’elettorato paga efficacemente in termini di consenso. La Lega ha perso a Bibbiano e nel quartiere “Pilastro”, quello reso famoso per la celeberrima citofonata al presunto spacciatore.

3) La stessa ricetta comunicativa non funziona dappertutto. Ogni territorio, ogni elettorato, ha una sensibilità diversa, una cultura politica differente. Così come ogni Comunità amministrata ha condizioni socio-economiche diverse che impattano non indifferentemente nella vita e nelle valutazioni delle persone.

Certi argomenti possono risultare redditizi politicamente in una parte del Paese ma essere completamente sconvenienti altrove. Le regionali emiliane-romagnole ci confermano che ogni mondo non è paese.

4) La mobilitazione delle Sardine e il voto dei 5 stelle sono i due elementi che hanno determinato la vittoria a Bonaccini. Le piazze piene hanno riempito anche i seggi portando a votare molta più gente di quanta ci andò 5 anni fa.

Gli elettori 5 stelle, molto meno “avvitati” nelle logiche politiciste dei propri vertici, non hanno votato il loro candidato di bandiera appoggiando Bonaccini. Di Maio ha dimostrato, una volta in più, di non essere stato in grado di intercettare il “sentiment” del proprio elettorato, di non aver saputo leggere, come avrebbe dovuto, il contesto di riferimento.

5) Il Pd torna primo partito sia in Calabria che in Emilia Romagna. Per farlo, non si è dovuto far vedere. Paradossale? Certamente sì. Non a caso il suo segretario ha lanciato la “Cosa2” nel pieno della campagna elettorale: dateci i voti perché vi daremo un altro partito. Ha chiesto una apertura di credito disperata. Ha ottenuto fiducia. Ora dovrà essere capace di non deluderla.

Ma questo voto dimostra anche, definitivamente, che per vincere o per crescere, non basta puntare esclusivamente a persuadere gli elettorati altrui, ma occorre anche dedicare la medesima cura per mobilitare il proprio.

Il Pd è tornato a farlo con intelligenza, erano anni che non avveniva. Il nuovo partito annunciato da Zingaretti, è sia una scialuppa di salvataggio che l’alleato offre ai reduci di quel movimento 5 stelle ormai defunto, che un invito alla partecipazione per quel popolo delle sardine che ha supplito, a Sinistra, alla mancanza di credibilità di una classe dirigente consunta ed autoreferenziale. Trovare gli equilibri non sarà facile.

6) Torna il bipolarismo e termina ingloriosamente la sua corsa il M5S. In un anno è stato capace prima di dimezzare, poi quasi di annullare i propri consensi. Il populismo, utile per acquisire consenso, non poteva reggere all’urto delle responsabilità di governo. Il traccheggiare tra la salvaguardia delle spinte delle origini e le necessità istituzionali, hanno spento entusiasmi, tradito aspettative, deluso.

Comunicativamente, sono stati assenti. Senza strategia, senza appeal. Schiacciati da una polarizzazione esasperata e dalla scelta, incompresa, di una terzietà poco credibile dopo la rottura a destra e l’abbraccio con il Pd.

7) La campagna elettorale che Bonaccini ha portato avanti è stata una scelta obbligata dal punto di vista tattico-strategico, ma ben realizzata. Rispetto alla scelta di dare al voto una caratura nazionale operata da Salvini – anche a causa della debolezza mediatica della candidata presidente – il Governatore uscente non poteva che puntare sulla territorialità. Una scelta coerente con la propria reputazione, credibile, distintiva.

Bonaccini, se avesse accettato un posizionamento meno territoriale, sarebbe stato molto più debole al cospetto del capo della “Bestia”. Ha quindi scelto di tenere la barra dritta e di puntare sul più forte dei suoi elementi distintivi: il ruolo di governatore.

Identità, concretezza, risultati, appartenenza. Ha usato le sue armi, non quelle dell’avversario. Non si è mai fatto dettare l’agenda, ha sempre mantenuto il suo tone of voice, il suo stile, non ha mai ceduto alle provocazioni, ha continuato a parlare della sua Regione, come Presidente della sua Regione.

Morale della favola: se si sono prodotti risultati amministrativi apprezzabili, è sempre preferibile puntare su una campagna elettorale legata al territorio. Non è la prima volta che ne abbiamo conferma.

8) In Calabria, Pippo Callipo è stata la scelta last-minute di un centrosinistra allo sbando. Una candidatura, quella dell’imprenditore del tonno, non costruita, non partecipata, non veicolata come, invece, avrebbe dovuto essere.

Il Pd ed il centrosinistra non hanno saputo offrire candidature credibili di partito. Sulla presidenza della Regione, non c’è stata mai partita. La Santelli, politicamente molto più strutturata, con una coalizione sostanzialmente compatta, non ha dovuto fare grandi sforzi tattici, strategici e comunicativi per ottenere una vittoria che è parsa scontata fin dall’inizio.

Forza Italia nella terra dei Bronzi ritorna perno decisivo per il centrodestra ridimensionando gli alleati. Il Pd, nonostante tutto, è primo partito.

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