Il sindaco di Cerreto Sannita e la Sindrome di Salvini

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Piccoli e mediocri Salvini crescono nelle periferie italiche.

Al Nord, come nel Mezzogiorno, spunta quotidianamente un nuovo Matteo che conquista gli onori delle cronache locali.

Una volta, soprattutto a sud del Volturno, quando un sindaco indossava le vesti di capopolo veniva associato, in sedicesimi, a Masaniello o, in tempi più recenti, al Comandate Lauro.

Oggi, invece, il paragone è solo con il condottiero felpato!

 

A Cerreto Sannita, il sindaco Pasquale Santagata ha tappezzato il comune di manifesti per ribadire che: “fin quando sarò sindaco di questa comunità non consentirò a nessun clandestino di bivaccare in questo paese e porrò in essere tutti gli atti che mi sono consentiti dalla legge affinché Cerreto resti lontana e fuori da questo insensato baratro dove un governo di incapaci sta trascinando l’intera Italia”.

Conquistati i suoi quindici minuti di celebrità, il sindaco ha incassato il risultato migliore in termini di notorietà degli ultimi anni di amministrazione.

Ci sono sindaci che quotidianamente fanno i salti mortali per erogare i servizi essenziali alle loro comunità e ce ne sono di altri che fanno a gara a chi la spara più grossa.

Un sindaco governa i processi non cavalca l’onda emotiva e irrazionale delle pulsioni popolari. Un sindaco per essere popolare non deve necessariamente essere populista.

Invece, sempre più spesso, si sta diffondendo tra gli amministratori locali e la classe politica in genere, il convincimento opposto: per guadagnare popolarità, consenso e visibilità occorre essere populisti sine die.

Con ciò, dimenticando che il populismo se supera il livello di guardia ed esonda non è più governabile, non c’è Salvini, Grillo, Renzi o Berlusconi che tenga.

 

Al sindaco di Cerreto Sannita è utile consigliare la prossima volta che vorrà ispirarsi al segretario della Lega Nord una breve lettura di un articolo di Massimo Recalcati (Lo straniero interiore che preme alle frontiere – Repubblica 23/6/2015), “quando la vita di un gruppo, di una città, di una nazione, di un soggetto si ammala? Cosa davvero fa declinare la vita, cosa la rende patologica? La psicoanalisi propone una risposta sconcertante: la vita che si ammala è quella che resta troppo attaccata a se stessa, che resta vittima della tendenza omeostatica alla propria conservazione, è la vita che ingessa, cementifica, rafforza unilateralmente il proprio confine narcisistico. Se il confine serve a rendere la vita propria, questo confine, per non diventare soffocante, deve, come si esprimeva Bion, divenire ‘poroso’, permeabile, luogo di transito. Se invece il confine assume la forma della barriera, della dogana inflessibile, se diviene presidio, luogo impossibile da valicare atrofizza e non espande la vita”.

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