Il decalogo depressivo dello spin doctor

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La mia prima campagna elettorale l’ho fatta nel 2000. Elezioni Regionali della Campania, collegio di Benevento. Non sapevo di essere un campaign manager, neanche uno spin doctor. Ignoravo anche che dopo quell’esperienza avrei seguito oltre cinquanta diverse campagne elettorali. Al massimo, ero una sorta di factotum per il candidato, aprivo e chiudevo il comitato elettorale, preparavo i comunicati stampa, coordinavo le squadre di attacchini e facevo pure le telefonate per portare gente agli appuntamenti nei singoli comuni.

In quindici anni di esperienza ho vinto e perso. In quindici anni, l’agenzia ha progettato campagne vincenti e campagne che alla fine non sono mai state accettate dal candidato. Insomma, nel nostro palmares, ci trovi successi e sconfitte, ma soprattutto un decalogo curativo della depressione che inevitabilmente assale chi prova a fare lo stesso nostro lavoro.

  1. Faccio da me. E’ la risposta che ti arriva, dopo neanche tre minuti, dal tuo interlocutore al quale ti stai sforzando di illustrare i servizi di marketing elettorale che l’agenzia offre. Le sue pupille sono già diventate vitree dal disinteresse e il suo desiderio di metterti alla porta è decisamente superiore a ogni entusiasmo nel fargli apprezzare le precedenti campagne che l’agenzia ha seguito. Allo scoccare del terzo minuto, quindi, puntuale ti interrompe con il classico “no, dottore, faccio da me. Se dovesse servire, vi chiamo io!”.
  1. Costa troppo. La variabile dei costi elevati è l’asso nella manica di ogni candidato che vuole scaricarti senza perdere in eleganza. “Mi piace quello che fate, siete bravi ma costa troppo!”. Certo, ci può stare, l’unica cosa che prima di calare l’asso sul tavolo, quanto meno, era opportuno parlare di costi o avere tra le mani una dettagliata offerta dei servizi.
  1. Non mi piacciono le campagne all’americana. E’ il retaggio che ci portiamo dietro dal 1994 con la prima campagna berlusconiana. Il candidato solitamente tirava via dalla cornice in argento la foto scattata in occasione della Prima Comunione dei figli e orgoglioso andava in tipografia per farsi stampare il manifesto. Dopo Silvio tutto è cambiato. Però, ancora oggi, quando ci si vuol liberare delle proposte dell’agenzia, il candidato ti risponde: “a me non piacciono le campagne all’americana”.
  1. Ma mi stampate pure i fac simili? Di solito il candidato pronuncia questa frase girandosi tra le mani l’offerta economica. Dopo che per mezz’ora gli hai illustrato i servizi di posizionamento e di consulenza organizzativa per lo staff, lui in maniera falsamente innocente ti scruta e di domanda “ma quanti manifesti e fac simili poi mi stampate?
  1. Noi siamo un comune piccolo. Nel 2008 abbiamo seguito la campagna elettorale a Raviscanina, comune con poco più di 1.000 votanti, con l’elezione dell’allora sindaco Ermanno Masiello. Una esperienza unica con il candidato che aveva ben chiaro il senso metaelettorale della sua comunicazione politica. Ripenso sempre a quella campagna ogni qual volta il candidato anche in comuni di trentamila elettori mi risponde “ma a che serve questo marketing mica siamo a Napoli o a Roma!”
  1. Ho già tutto non mi serve nulla. Neanche fossimo il più incauto e invadente operatore del gestore di telefonia mobile che prova a venderti l’ennesima tariffa all inclusive. Almeno, per educazione gli lasciamo quei cinquantatré secondi per dire: “buongiorno signore posso chiederle quanto spende con la bolletta del telefono?”. In questi casi, la risposta arriva fulminea e senza possibilità di replica: “no grazie, non posso perdere tempo, non mi serve nulla!”.
  1. Ma noi siamo già partiti. E’ la variante pseudo professionale della risposta numero sei del “grazie non mi serve nulla”, che di solito nasconde la difficoltà tutta italiana di comprendere il contenuto e il valore della professione di campaign manager e di spin doctor. Ti sei speso nel rispondere a tutte le domande, anche quelle più incerte e improbabili e, alla fine, dell’incontro con il candidato lui ti dice senza colpo ferire ma “noi siamo già partiti” e tu pensi senza dirlo “buon viaggio!”.
  1. Ma siete di Campobasso? Ovvero, posta diversamente la domanda svela questa autarchica obiezione che ogni anno si riaffaccia nei nostri incontri: “ma voi non siete di Campobasso o di Benevento, come faccio a scegliere una agenzia che non è nel mio comune”. Nella nostra professione il timore dello “straniero” è radicato assai. Il candidato vive come un dramma o un possibile boomerang il doversi affidare ad una agenzia “di fuori”. Si premia solitamente l’appartenenza, la sudditanza consensuale piuttosto che il merito, l’esperienza, le competenze. Quando il candidato ti chiede “ma voi non siete di qua?” il tuo orgoglio ti spinge a rispondere “no, sei tu che sei nell’aldilà!”
  1. Ma poi voi mi fate vincere? Le elezioni si vincono o si perdono per meriti propri o per demeriti altrui. I primi solitamente dovrebbero superare i secondi. Ma, in ogni caso, le elezioni le vincono o perdono i candidati mai gli spin doctor. Lo spin o il campaign manager può aiutarti a limitare o attutire gli effetti degli errori che in ogni campagna ci sono. E’ in una campagna di pochi mesi riuscire ad azzerare la percentuale di errori è fondamentale per tagliare per primi il traguardo. Il candidato che cerca solo conferme nel suo spin doctor è un candidato che ha già un piede nella fossa.
  1. Vi faccio sapere io. Sembrerebbe questo un congedo provvisorio ma in realtà, dopo anni on the field, di fronte a questa risposta hai chiara una certezza: il candidato non si farà più sentire, né vedere. Eppure, ciò che lo stesso candidato ignora e che la scelta non è mai asimettrica. Non è lui che sceglie l’agenzia. Ma siamo entrambi che decidiamo di sposarci. Di condivere un breve ma intenso percorso insieme. Quindi, al pronunciamento del “vi faccio sapere io” scatta in me la certezza di telefonare un minuto dopo al candidato concorrente.

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