Eretiche Sardine

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Che i social siano strumento indispensabile, ormai, per veicolare contenuti propagandistici capillarmente ad una platea diffusa, è indubbio.

La comunicazione politica professionale è necessaria per ottimizzare la diffusione del brand del leader, del candidato o del partito, nel mare magnum della rete, aiutando ad intercettare o ad orientare il più possibile a proprio vantaggio, la domanda elettorale.

Accrescere l’appeal del prodotto politico che si promuove, ha lo scopo di ricercare, costruire e strutturare il consenso: elemento indispensabile che, tradotto in voti, determina l’elezione dunque la possibilità di esercizio della rappresentanza istituzionale.

È la legge del mercato applicata alla politica, bisogna farsene una ragione: oggi funziona così.

Ci sono regole, dogmi, tecniche codificate da conoscere ed utilizzare, procedure più o meno rigide da sviluppare, errori da non commettere. Vale sempre… o quasi.

Perché poi, all’improvviso, arrivano 4 ragazzi sconosciuti senza folle virtuali di followers che in 6 giorni, fuori dai circuiti del marketing professionalizzato e attraverso un semplice tam tam su facebook, riempiono Piazza Maggiore a Bologna – una delle piazze più grandi d’Italia – minando ogni certezza.

Con due click e 10.000 persone, mandano in tilt tutto il sistema codificato della politica e della comunicazione politica, facendo saltare narrazioni e assuefazioni e costringendo politici e comunicatori a fare i conti con una realtà diversa.

Il fenomeno è politico e mediatico e impone, a mio avviso, almeno tre considerazioni.

1) Puoi studiare tutte le frasi ad effetto che credi, ragionare all’infinito sul tono migliore da usare, sulla identità cromatica, sui tempi, i modi e le opportunità per dire una cosa, per proporre una iniziativa, ma se non accendi il cuore delle persone in carne ed ossa, sarai sempre percepito come un abile distante: hai followers ma non seguaci.

2) C’è un grande deficit di credibilità delle classi dirigenti di questo Paese se i partiti sono costretti a rinchiudersi nei teatri per le loro iniziative e un mare di gente, invece, si riversa in piazza raccogliendo l’invito, anche un po’ scanzonato, di 4 ragazzi su facebook.

L’attrattività è data dalla distanza evidente con le classi dirigenti: più sei distante dalla politica organizzata, più sei credibile. Non è una novità. C’erano una volta le piazze dei Vaffaday stracolme, poi svuotatesi via via che si colmavano distanze e si assottigliavano le differenze.

3) La Politica è morta soffocata sotto il peso del calcolo, della prudenza, della personalizzazione, assassinata dalla vanagloria di leader per tutte le stagioni. Decenni di classi dirigenti votate all’auto rigenerazione, al tatticismo cervellotico, all’eterna valutazione sulle opportunità, hanno spento tra la gente passione, entusiasmo, senso di appartenenza.

Il fenomeno delle cosiddette sardine pone, anche, una serie di interrogativi forse, addirittura, retorici.

Ma davvero la campagna elettorale permanente paga?

Temo che le Piazze d’Italia, da Bologna in avanti, dimostrino l’esatto contrario.

La contrapposizione esasperata, una comunicazione che tiene sempre i toni della polemica altissimi, il continuo moltiplicarsi della propaganda a discapito della concretezza, forse ha stancato. E se, invece, fossero sobrietà, responsabilità e pacatezza gli elementi vincenti sui quali puntare per una nuova narrazione capace di intercettare una domanda diversa dell’elettorato?

Le piazze piene delle sardine, raccontano, in realtà, due solitudini e un unico grande vuoto.

Raccontano la solitudine di una classe politica – quella assente dalla piazza – autoreferenziale e senza popolo, ma anche quella dei tanti cittadini in piazza, orfani di una rappresentanza politica credibile, capace di dargli ascolto e concretezza.

Su questo andrebbe aperta una riflessione seria, anche nel mondo della comunicazione, perché se basta un soffio per spazzare via castelli di apparenza senza nessuna sostanza, non basta, purtroppo un flash mob per riempire un vuoto cosmico.

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