Le mancanze che cambiano il mondo

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Nel novembre 1946 un notabile politico di Boston, Jim Curley, decise di candidarsi a sindaco nella sua città d’origine lasciando vacante un seggio da deputato nel Congresso. La carriera politica di John Fitzgerald Kennedy iniziò lì.

In realtà, era cominciata molto tempo prima nei progetti familiari del padre, autoritario e infaticabile uomo d’affari di origine irlandese e fede cattolica. Joseph Kennedy era deciso a fare dei suoi figli modelli di coraggio, integrità morale e fisica, attivismo politico e competitività. E se John, studente brillante ma svogliato, era riuscito a diventare il trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America nel 1961, lo doveva anche all’ambizione ferrea e al fortunato patrimonio del padre visionario.Il clan familiare dei Kennedy rispecchiava fedelmente lo spirito intraprendente e temerario nordamericano.

A dire il vero, la presunta superiorità dell’american way of life non mi ha mai convinta, ma la storia degli Stati Uniti d’America mi ha sempre affascinata e questa storia passa anche per uno dei suoi più carismatici e dinamici esponenti politici.

Divenuto presidente negli anni del boom televisivo, del benessere economico e della guerra fredda, JFK inaugurò una nuova stagione della comunicazione politica in cui il vincitore si iniziava a decretare sugli schermi prima ancora che nelle urne. John sembrava essere l’uomo che più di tutti poteva meglio rappresentare un’America che voleva riprendersi il primo posto nel mondo senza più guardarsi indietro, ma avanzando verso quella “nuova frontiera” che divenne la colonna portante della sua strategia politica.

John simboleggiava il nuovo, la svolta. Era l’icona dell’uomo forte e saggio, impeccabile nella sua immagine pubblica insieme all’elegantissima e sempre presente moglie Jacqueline, progenitrice delle first ladies. Spalleggiato da una famiglia coesa con un indistruttibile senso di appartenenza, da una squadra elettorale organizzata in maniera efficientemente capillare, Kennedy sapeva fronteggiare le telecamere e i colloqui pubblici con uno stile fresco e diretto: bella presenza, linguaggio semplice e toni perfettamente calibrati in base alle circostanze.

Era uno stratega, un personaggio che sapeva quando decidere in autonomia e quando delegare, era affascinato dagli affari internazionali tant’è che li riteneva fortemente influenti sulla politica interna di una nazione. Il destino, non a caso, gli lasciò la possibilità, anche se per troppo poco, di misurarsi con una compagine estera tra le più delicate nella storia contemporanea.

Oggi, a cinquant’anni dall’assassinio di John Kennedy a Dallas, viene spontaneo chiedersi che posto sarebbe il mondo se il più giovane presidente Usa avesse portato a termine il suo mandato, ma le risposte potrebbero essere molteplici.

Di certo, l’evento della sua morte violenta e prematura ha contribuito a creare un mito, e forse non ci permette un’analisi realistica del suo operato politico, ma è inutile negarsi che lo scalpore e lo sconforto che ne sono seguiti, ci lasciano con questo dubbio irrisolto e ci suggeriscono una sensazione amara e tristemente vera: la scomparsa di Kennedy ha cambiato il mondo più di quanto avrebbe fatto lui stesso.

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