La comunicazione del centro-destra campano è inesistente, invece dovrebbe essere permanente.

4157

Le elezioni regionali della Campania sono dietro l’angolo.

Certo, dietro l’angolo se misuriamo la distanza non guardando ai tempi della politica ma a quelli della comunicazione politica, che sono ben diversi e hanno una velocità a parte.

Nella primavera del 2020, salvo sorprese, i cittadini saranno chiamati a scegliere tra il governatore De Luca e i suoi nuovi e vecchi rivali. Ma nonostante il tempo stringa, l’incertezza, soprattutto nel campo degli oppositori, è sconcertante: strategia zero, strumenti e linguaggio improvvisati e senza una coerenza, iniziative frutto dell’improvvisazione, utilizzo dei social senza una visione di lungo respiro. Insomma, nel centro-destra, in continua mutazione genetica, impera una gestione leopardiana del futuro prossimo tanto da far pensare, paradossalmente, che “il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Eppure, la stella di Vincenzo De Luca non è più così brillante: lo sceriffo ha sperimentato sulla propria pelle che “comandare” Salerno e cosa ben diversa dal “comandare” la Campania. Dopo tre anni il sentiment popolare non lo premia più come nel recente passato e per lui, a differenza di tanti altri, essere un politico diverso dal “personaggio De Luca” equivale consegnarsi a una inevitabile eutanasia: in queste condizioni invertire un trend calante provando a riposizionarsi è sostanzialmente una strategia di resa.  Nell’ultima rilevazione effettuata dalla SWG a febbraio di quest’anno sul gradimento dei presidenti delle Regioni “al penultimo posto c’è il governatore della Campania De Luca (Pd), che perde 12 punti percentuali in due anni, passando dal 37% del 2016 al 25% del 2018”[1].

Non va meglio se guardiamo a una seconda ricerca, quella di Demoskopika, che ha stilato la sua graduatoria basandosi sulla popolarità dei presidenti nei cinque principali canali internettiani: YouTube, Facebook, Twitter, Instagram e Google[2]. Tra i 18 presidenti di Regione eletti direttamente dai cittadini (non è così in Valle d’Aosta e Trentino), il governatore della Campania, si attesta al 9° posto nella classifica generale e, vale a poco, aver “licenziato” a maggio Mario De Rosa o lasciare solo a De Rev di Roberto Esposito l’onere di una complicata rimonta della credibilità e del sentiment: De Luca può essere solo “De Luca”, così come specularmente Forza Italia può essere solo berlusconiana, altrimenti è ontologicamente altro.

Al cospetto di un De Luca in evidente difficoltà a far nuovamente breccia nel cuore dei campani, i partiti e gli uomini che incarnano quel che resta del centro-destra sono fermi, immobili, in attesa di capire o azzoppare il prossimo sfidante di De Luca.

Una visione a dir poco miope, per non dire suicida che fa capire come non abbiano affatto compreso le motivazioni di fondo che hanno portato gli italiani e i campani a innamorarsi perdutamente di Luigi Di Maio e di Matteo Salvini. La comunicazione politica non può non essere “permanente”, non è pensabile né possibile relegarla negli ultimi mesi prima di un’elezione. Ma, al contempo, per fare comunicazione ci vogliono due condizioni imprescindibili: contenuti (validi, comprensibili, diffusi e percepiti) e interpreti (credibili, leaderistici, attrattivi, vendibili) ovvero un posizionamento.

Tutto questo manca e purtroppo, tragicamente, non c’è in giro neanche l’esigenza di colmare questo vuoto.


[1] http://www.salernotoday.it/politica/classifica-sondaggio-swg-de-luca-penultimo-posto-27-marzo-2018.html

[2] «È la prova – ha spiegato il presidente di Demoskopika, Raffaele Rio – che i politici anche quelli più tradizionalisti e ortodossi, hanno ceduto alle ossessionanti lusinghe della like democracy».La classifica è stata realizzata prendendo in considerazione circa 5 milioni di pagine indicizzate, poco meno di 3 milioni di follower sui principali siti di networking, quasi 42 mila risultati conteggiati su Youtube. «I social media – ha continuato Rio – sono sempre più protagonisti della scena mediatica nelle “cose” della politica. La millennial generation, rappresentata in Italia da uno “zoccolo duro” di circa 15 milioni di persone, condiziona fortemente il “mercato delle opinioni” attraverso un uso quotidiano di internet. In questa direzione, i politici, anche quelli più tradizionalisti e ortodossi, hanno, loro malgrado, ceduto alle ossessionanti lusinghe dei like». In altre parole, per il presidente di Demoskopica si sta consolidando sempre più la convinzione, in parte fondata, che il consenso elettorale oggi si formi principalmente sul web, dunque essere popolari e seguiti sui social è un obiettivo che i politici ritengono prioritario.

Lascia un commento

-ADV-