Il senso (smarrito) di responsabilità dei politici italiani

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Il punto è un altro. Diverso. Non investe la sostanza o la correttezza formale dell’intervento “umanitario” che il Ministro di Grazia e Giustizia, Annamaria Cancellieri, ha prodotto nei confronti di una detenuta (Giulia Ligresti).

Il nodo da sciogliere, infatti, non attiene alle competenze di un Ministro che si preoccupa personalmente delle condizioni di salute e detenzione dei carcerati e interviene direttamente per sollecitare agli organi della magistratura provvedimenti a tutela della loro salute. Anzi. Ce ne fossero di ministri così attenti.

Il punto in discussione è decisamente un altro e si innesta sull’opportunità di taluni comportamenti per coloro i quali sono chiamati a rappresentare le istituzioni pubbliche.

Nessuna persona di buon senso può attaccare, senza celare un pregiudizio politico, il Ministro Cancellieri paragonando la sua telefonata al PM torinese a quella fatta da Silvio Berlusconi alla Questura di Milano per la “nipote” di Mubarak.

Ma più di uno, compensibilmente, da oggi, potrà nutrire dubbi sul fatto che la telefonata del Ministro sarebbe stata forse meno tempestiva se la detenuta invece di chiamarsi Ligresti si fosse chiamata Rossi.

In Italia, molto spesso, la classe politica e soprattutto chi rappresenta le istituzioni, tralascia volutamente di considerare i mutevoli risvolti pedagogici ( senza entrare nel campo della morale) delle proprie azioni.

Negli ultimi anni le cronache politiche abbondano di comportamenti e dichiarazioni inopportuni e che per la maggior parte conservano intatto un comune denominatore: al cospetto della censura il politico italiano trova non solo l’obiezione che legittima il suo operato ma non avverte quasi mai la necessità di rimettere il suo mandato o di rinunciare alla sua carica in attesa che si faccia chiarezza sull’accaduto.

Ecco, a noi italiani, quasi sempre difetta l’opportunità e di converso il senso di responsabilità che si manifesta nel doveroso istituto delle dimissioni.

Per buona pace di Clemente Mastella che nel giorno degli arresti domiciliari della moglie, allora presidente del Consiglio Regionale della Campania, non esitò a presentarsi alle Camere per formalizzare le sue dimissioni da Ministro della Giustizia.

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