Il caso Cancellieri e l'(ennesima) ambiguità del Partito Democratico

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Fosse per loro (tranne Giuseppe Civati), avrebbero evitato di trovarsi invischiati in un caso così spinoso. Stretti tra una campagna elettorale (ok, è per le Primarie del Partito Democratico, ma è pur sempre campagna elettorale) e le minacce di Enrico Letta sul caso Cancellieri, Matteo Renzi e Gianni Cuperlo si sono trovati in una posizione difficile.

Appoggiare la “pancia” degli elettori, che vogliono le dimissioni del ministro, o la  ragion di stato? A parole Renzi e Cuperlo, sembravano irremovibili. Poi, si sono piegati all'”ennesimo ricatto di Letta” (copyright Civati). Del resto, la mozione di sfiducia al Ministro è stata inserita in Parlamento dopo la votazione dei circoli.

Ergo, abbaiare prima per prendere i voti poi. Successivamente, far vincere la ragion di stato. Così da avere la botte piena e la moglie ubriaca. Probabilmente, un innovatore come Renzi davvero avrebbe voluto le dimissioni della Cancellieri ma deve spiegare, per trasparenza, cosa l’ha spinto a cambiare idea. Non c’è nulla di male, basta soltanto dirlo. Per trasparenza. In modo da controbattere chi pensa che Renzi in realtà sia una scatola vuota. Giusto o sbagliato che sia, Renzi dovrebbe spiegare. Più lui che Cuperlo, visto che quest’ultimo è la faccia pulita ed onesta di vecchi dirigenti.

Ecco, questo è il punto. Dire una cosa e farne un’altra. Anche andando incontro ai propri elettori. Tipico del Partito Democratico. È già successo altre volte (il caso Rodotà o il caso Alfano, per esempio): ma, del resto, se lo si continua a votare ciecamente nonostante tutto, perché dovrebbe comportarsi diversamente?

Ah, a proposito: questo è l’ennesimo argomento su cui PD e M5S sono divisi. Sicuri che era possibile un governo del genere?

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